venerdì 30 novembre 2012
martedì 20 novembre 2012
Tremando un poco di commozione
«Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l'Urbe, e di un Concilio Ecumenico per la Chiesa universale».
Con queste parole molto commoventi Giovanni XXIII, il 25 gennaio 1959 annunciò l'intenzione di "organizzare" il concilio Vaticano II. Eletto da appena tre mesi, il papa si rivolse così ai cardinali: «Gradiremo da parte di ciascuno dei presenti e dei lontani una parola intima e confidente che Ci assicuri circa le disposizioni dei singoli e Ci offra amabilmente tutti quei suggerimenti circa la attuazione di questo triplice disegno». Dopo l'invocazione di protezione della madonna e dei santi, aggiunse: «Da tutti imploriamo un buon inizio, continuazione, e felice successo di questi propositi di forte lavoro, a lume, ad edificazione ed a letizia di tutto il popolo cristiano, a rinnovato invito ai fedeli delle Comunità separate a seguirci anch'esse amabilmente in questa ricerca di unità e di grazia, a cui tante anime anelano da tutti i punti della terra».
In occasione dell'anniversario per i 50 anni, l'attuale pontefice Benedetto XVI ha ricordato, in un saggio ripreso in un numero speciale de L'Osservatore Romano (cf. Settimana n. 40), le prime ore dopo l'apertura del Concilio: «Fu una giornata spendida quando, l'11 ottobre 1962, con l'ingresso solenne di oltre duemila padri conciliari nella basilica di San Pietro a Roma, si aprì il concilio Vaticano II... Fu impressionante vedere entrare i vescovi provenienti da tutto il mondo, da tutti i popoli e razze: un'immagine della Chiesa di Gesù Cristo che abbraccia tutto il mondo, nella quale i popoli della terra si sanno uniti nella sua pace».
Per riscoprire l'aspetto più "umano" di quell'avvenimento, abbiamo pensato di riproporre nei prossimi giorni alcuni passaggi dei "verbali" dei lavori, una sorta di sintesi cronologica, realizzata da Documentation Information Catholiques Internationales.
Con queste parole molto commoventi Giovanni XXIII, il 25 gennaio 1959 annunciò l'intenzione di "organizzare" il concilio Vaticano II. Eletto da appena tre mesi, il papa si rivolse così ai cardinali: «Gradiremo da parte di ciascuno dei presenti e dei lontani una parola intima e confidente che Ci assicuri circa le disposizioni dei singoli e Ci offra amabilmente tutti quei suggerimenti circa la attuazione di questo triplice disegno». Dopo l'invocazione di protezione della madonna e dei santi, aggiunse: «Da tutti imploriamo un buon inizio, continuazione, e felice successo di questi propositi di forte lavoro, a lume, ad edificazione ed a letizia di tutto il popolo cristiano, a rinnovato invito ai fedeli delle Comunità separate a seguirci anch'esse amabilmente in questa ricerca di unità e di grazia, a cui tante anime anelano da tutti i punti della terra».In occasione dell'anniversario per i 50 anni, l'attuale pontefice Benedetto XVI ha ricordato, in un saggio ripreso in un numero speciale de L'Osservatore Romano (cf. Settimana n. 40), le prime ore dopo l'apertura del Concilio: «Fu una giornata spendida quando, l'11 ottobre 1962, con l'ingresso solenne di oltre duemila padri conciliari nella basilica di San Pietro a Roma, si aprì il concilio Vaticano II... Fu impressionante vedere entrare i vescovi provenienti da tutto il mondo, da tutti i popoli e razze: un'immagine della Chiesa di Gesù Cristo che abbraccia tutto il mondo, nella quale i popoli della terra si sanno uniti nella sua pace».
Per riscoprire l'aspetto più "umano" di quell'avvenimento, abbiamo pensato di riproporre nei prossimi giorni alcuni passaggi dei "verbali" dei lavori, una sorta di sintesi cronologica, realizzata da Documentation Information Catholiques Internationales.
sabato 3 novembre 2012
Una proposta … decente e coerente!
Non credo che i nostri vescovi scrivano Lettere con l’intento
di finire sui giornali, ma se di fatto vengono ripresi dalla cronaca un motivo
ci sarà.
Questa volta una sorpresa: a Torino la prima Lettera sui Rom e Sinti.
Ma le novità non si fermano qui: mons. Nosiglia "amplia" la
dedica dalle comunità cristiane alle istituzioni politiche e civili e poi
lancia una proposta che fa già discutere: “adottiamo una famiglia rom”.
In
Europa le iniziative sono all’ordine del giorno – significativa l’ospitalità in
arcivescovado da parte del card. Schönborn a Vienna – ma da noi, patria di individualismo e
particolarismi, non è proprio usuale.
Eppure, spiega la Lettera, questo è
solo l’ultimo atto di un impegno che in diocesi viene da lontano, dagli anni
del “Camminare Insieme” del card. Pellegrino, e che ha visto il pastore girare
di campo in campo a verificare di persona le condizioni di quel “piccolo popolo
con molti bambini” che vive spesso “al di sotto della soglia di vivibilità”, ma
che ha registrato anche il coinvolgimento di diverse associazioni e gruppi ecclesiali
e non. Un popolo che conosce la crisi, perché “in crisi da sempre”.
E la
proposta, coerente con una testimonianza evangelica, che si traduce in un aiuto
a cercar casa, lavoro, sostegno per i figli che vanno a scuola, diventa uno
stimolo ben oltre i confini della diocesi piemontese.
mercoledì 31 ottobre 2012
mercoledì 24 ottobre 2012
Signori si nasce
«Se io la chiamerei (sic!) “signore”,
cosa penserebbe?» ha chiesto irritato il “signor prefetto” di
Napoli, Andrea De Martino, al (nonsignor) parroco di Caivano, don
Maurizio Patriciello, rimproverandolo per la sua mancanza di rispetto
verso il prefetto di Caserta, alla quale ha fatto riferimento con
l’appellativo di “signora”. «L’ha offesa, e ha offeso anche
me e tutti quanti, con i sindaci completi (ri-sic!). Immagini se lei
si rivolge a un sindaco dicendo “signore”! Il rispetto delle
istituzioni è fatto di fatti e non di parole!». Don Maurizio ha
risposto scusandosi profondamente e giustificandosi: «Non sono
avvezzo a questi consessi. Mi perdonerete tutti quanti». Come lui
probabilmente ha già “perdonato” quelli che lo chiamano prete,
celebrante, padre, pastore, sacerdote, chierico, ecclesiastico,
cappellano, parroco, don, reverendo, ministro del culto... «Signore
si nasce e io lo nacqui, modestamente», diceva il compaesano del
signor prefetto, Totò.
domenica 21 ottobre 2012
Disuguaglianza sociale: una scelta obbligata?
Homo sapiens è il
titolo di una mostra attualmente visitabile presso il Museo di Scienze Naturali
a Trento, la grande storia della diversità umana dalla culla d’Africa fino all’intero
pianeta (curatori il genetista Luigi Cavalli Sforza e il filosofo della scienza Telmo Pievani).
Ma noi apparteniamo anche alla specie di homo eligens, scrive il sociologo
Zygmunt Bauman su Avvenire, analizzando il pensiero di Daniel Dorling, docente
di geografia umana a Sheffield sul tema della disuguaglianza sociale.
sociologia all'università di Leida)
“Siamo un animale che sceglie e nessuna pressione, per quanto coercitiva,
crudele e indomabile, ha mai potuto sopprimere completamente la nostra libertà
di scelta, né quindi determinare univocamente la nostra condotta …
Non siamo palle da biliardo che si muovono sul tavolo
assecondando i movimenti di chi tiene in mano la stecca; noi siamo, per così
dire, predestinati a essere liberi – e per quanto magari vogliamo ardentemente
liberarci dai tormenti della scelta, noi ci confronteremo sempre con più di un
modo di procedere, e la scelta tra le diverse possibilità è lasciata a noi. Ci
sono due fattori che, insieme, formano le nostre scelte, il nostro modo di
vivere e la traiettoria della nostra esistenza. Una è il “destino” – un insieme
di circostanze sulle quali non abbiamo alcuna influenza –, le cose che “ci capitano”
(per esempio, il luogo geografico e la posizione sociale nei quali siamo nati e
l’epoca della nostra nascita); l’altra è il nostro carattere, ciò su cui possiamo
esercitare la nostra influenza, da esercitare e coltivare …
Tanto più risulta alto il costo sociale di una determinata
scelta, tanto più bassa è la probabilità che venga compiuta. E i costi in base
ai quali chi opera una scelta viene indotto a misurarsi in maniera assai
concentrata sono pagati per lo più con la moneta dell’accettazione sociale,
dell’avanzamento e del prestigio. Nella nostra società questi costi sono distribuiti
in modo che la resistenza alla diseguaglianza e alle relative conseguenze (di
natura sia pubblica sia personale) divenga estremamente difficoltosa e quindi
assai improbabile da sottoscrivere e perseguire rispetto alle alternative
costituite dalla placida sottomissione o dalla collaborazione volenterosa.
E i dadi, che noi – abitanti di una società capitalista e
individualizzata – non possiamo fare altro che continuare a gettare nella
maggior parte e forse in tutte le partite della nostra esistenza, sono in
effetti sempre truccati a favore di quanti traggono o sperano di trarre profitto
dalla diseguaglianza ...”.
Ma che accadrebbe se i cattolici prendessero un po’ più sul
serio la Dottrina Sociale della Chiesa?
martedì 2 ottobre 2012
Lo Stato italiano in "coma etico"
Lo avevamo già detto a luglio (n. 29/30 di Settimana): «Il nostro paese è ancora immerso in una sorta di "coma etico". O di schizofrenia: tutti invocano legalità, anche quelli che la calpestano».
Dopo le dimissioni del presidente della Regione Lazio Renata Polverini e l'arresto dell'ex capogruppo Pdl Franco Fiorito per peculato, tornano a tuonare queste parole. "Ora basta", lo ha detto anche il presidente di Libera don Luigi Ciotti: «Servono scelte chiare e nette, anzi categoriche. Come nella lotta alla mafia, non sono possibili mediazioni nella lotta contro la corruzione, che tiene in ostaggio la democrazia e si affianca all'emergenza etica». L'Italia, anche secondo il presidente del "cartello" di associazioni che lavorano nella lotta a tutte le mafie, versa in uno stato di "coma etico" ed «è culturalmente depresso; è un Paese in cui si considera normale tutelare i tornaconti personali. La situazione è davvero grave, se oltre a chi fa il male c'è anche chi guarda e lascia fare».
Non ci sono soluzioni facili, non ci sono regole magiche. Come abbiamo già detto quest'estate «abbiamo bisogno di percorsi di inclusione e di responsabilità, perché ogni cittadino si senta tessera di quel mosaico dal quale non solo non è giusto, ma semplicemente non è possibile chiamarsi fuori».
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